Carlo Azeglio Ciampi, 24 marzo 1944:
Il tempo è bello: quindi si dovrebbe finalmente partire. All’una, mentre finiamo di mangiare, (ero ospite da due giorni in casa Cantelmi) delle formazioni aeree inglesi bombardano Sulmona, subito dopo usciamo: hanno mirato alla Stazione ed al ponte sulla strada di Popoli, senza colpirlo, fortunatamente nessuna vittima. Venuto a sapere che la nostra partenza è anticipata, affretto gli ultimi preparativi ed alle 16,30 raggiungo le casette. Alle 17,15 cominciamo a muoverci, ventuno prigionieri e civili pochi dapprima, ma subito un’altra quindicina si aggiunge per i campi. Sono un pó preoccupato che un gruppo così numeroso possa destare sospetti, dovendo raggiungere la periferia opposta di Sulmona… […]
Sull’imbrunire un altro incidente: mentre siamo costretti a fare un centinaio di metri sulla strada di Campo di Giove, sbuca improvvisamente un motociclista tedesco: ci precipitiamo tutti d’un colpo lungo la scarpata della strada e tutto va bene. Arriviamo ormai a notte sotto Pacentro e lá ci riuniamo con l’altro gruppo, condotto da Mario e Gino. Verso le venti cominciamo la marcia in silenzio e in fila indiana…
(Liceo Scientifico "E. Fermi" di Sulmona, Il sentiero della libertà. Un libro della memoria con Carlo Azeglio Ciampi, Laterza, Roma-Bari 2003)
John Esmond Fox, 13 gennaio 1944:
Raggiunto il nostro punto d’incontro, restammo stupefatti per il numero di persone convenuto. E molte dovevano ancora arrivare. Non riuscivamo a capacitarci di come potessimo essere tanto numerosi. Quando il gruppo fu completo, eravamo in cento. Molti erano stati al campo POW e li conoscevamo. Come iniziammo la nostra lunga marcia, notai che molti di loro indossavano camicie sottili e pantaloni leggeri, con scarpe più adatte ad una passeggiata nel parco in un giorno d’estate; molti altri non erano ovviamente in condizione di sostenere un viaggio da polo artico come questo. Avevamo solo coperto 4 miglia, ma il vero viaggio cominciava adesso: circa 50 miglia, "a volo di corvo" come si diceva, di sfibrante, ventoso, montuoso territorio, che doveva essere attraversato in due notti, fermandosi e nascondendosi durante il giorno. La nostra guida si mise in marcia, con ritmo sostenuto, seguito da una fila di uomini, l’uno dietro l’altro, che si andava via via snodando nel buio, e subito scorgemmo giù al centro della valle una macchia scura: era tutto ciò che potevamo ora vedere di Sulmona. […]
Il cammino fu difficile e pericoloso; il vento mordeva i nostri deboli muscoli che dolevano, il respiro era faticoso. Dopo alcune miglia di questo passo, il meno equipaggiato di noi cominciò a barcollare e a cadere. All’inizio, Barrel, Frank ed io eravamo gli ultimi tre della fila, ma ora che il viaggio era cominciato, la colonna si disperdeva, mentre parecchi crollavano per strada. […]
Molti di questi primi sfortunati non avevano né il fisico né la resistenza necessari, ma solo il bruciante desiderio di tornare a casa.[…]
Mentre lottavamo, avanzando nella neve soffice, che ci arrivava al ginocchio, le nostre menti e i nostri corpi si abituarono presto a quella fredda monotonia.
(John Esmond, Fox, Spaghetti e filo spinato, Liceo Scientifico Statale "E. Fermi", Sulmona - 2002)
Uys Krige:
Provavo una gran pietà per quegli abitanti, e specialmente per le donne e i bambini: Mussolini li aveva buttati in una guerra che non avevano voluta e di cui non sapevano nulla. Poi quando la sospirata pace era tornata, essi, per la loro generosità verso degli stranieri, erano stati nuovamente scagliati nel conflitto in modo ancora più brutale.
Noi, i combattenti, stavamo scappando verso sud, stavamo fuggendo la guerra, e loro, invece, l’avrebbero fatta fino in fondo. Mi pareva che il loro destino fosse peggiore del nostro. E quante Campo di Giove c’erano e ci sarebbero state in questa guerra: in Grecia, in Jugoslavia, in Francia, in Olanda, in Norvegia, in Danimarca, in Belgio, in Cecoslovacchia, in Russia e ora in Italia.
(Uys Krige, Libertà sulla Maiella, Vallecchi, Firenze 1965)
Donald Jones:
Riuscii ad elemosinare un pó di cibo e mi fermai, solo per recuperare qualche ora di sonno, in un fienile in disuso. Avevo il presentimento che la mia libertà fosse giunta ad un bivio: o mi sarei ricongiunto alle nostre forze o sarei finito in Germania.[…]
Verso sera, mi avvicinai ad un paese che credevo, giustamente, fosse Campo di Giove.[…]
Da Campo di Giove cercai di percorre i sentieri pedemontani della Maiella, per raggiungere la costa Adriatica. Mi diressi verso un paese chiamato Palena.[…]
Non sapevo cosa fare… Ero finito in un campo minato… Che sfortuna: evitare la cattura per nove mesi e saltare in aria prima di vedere la libertà! Dicono: La fortuna aiuta gli audaci. Aiuta anche gli spericolati, i pazzi, gli incoscienti. Io ero in una di queste ultime categorie. Aspettai fino al pomeriggio, prima di decidermi a procedere carponi verso il sentiero… La fortuna mi assisteva . Barcollai un pó, felice di ritrovarmi tutto intero. Davanti vedevo la pianura che si allungava fino all’Adriatico.[…]
Camminai in direzione Sud, evitando i paesi deserti. Dopo circa un’ora vidi un gruppo di carri armati e una o due tende. Ripensai alle non ben identificate truppe sul Morrone di circa nove mesi prima. Era, dunque, mutata la mia buona sorte? Era cambiata la mia fortuna? Indossavo un mantello verde da pastore sopra i pantaloni strappat e, come mi avvicinai all’accampamento, apparve una sentinella. Era inglese.
(Donald Jones, Fuga da Sulmona, Liceo Scientifico Statale "E. Fermi" di Sulmona - 2002)
Alba De Cespedes:
Entravamo nelle vostre case timidamente: un fuggiasco, un partigiano, è un oggetto ingombrante, un carico di rischi e di compromissioni. Ma voi neppure accennavate a timore o prudenza: subito le vostre donne asciugavano i nostri panni al fuoco, ci avvolgevano nelle loro coperte, rammendavano le nostre calze logore, gettavano un’altra manata di polenta nel paiolo.[…]
Del resto attorno al vostro fuoco già parecchie persone sedevano e alcune stavano lí da molti giorni. Erano italiani, per lo pià: ma non c’era bisogno di passaporto per entrare in casa vostra, nè valevano le leggi per la nazionalità e la razza.
C’erano inglesi, romeni, sloveni, polacchi, voi non intendevate il loro linguaggio ma ciò non era necessario; che avessero bisogno di aiuto lo capivate lo stesso. Che cosa non vi dobbiamo, cara gente d’Abruzzo? Ci cedevate i vostri letti migliori, le vesti, gratis, se non avevamo denaro.
(AA.VV., Alba de Céspedes, Mondadori, Milano 2005)
Camminiamo sui monti ripercorrendo i sentieri del passato
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