John Esmond Fox – 13 gennaio 1944

Raggiunto il nostro punto d’incontro, restammo stupefatti per il numero di persone convenuto. E molte dovevano ancora arrivare. Non riuscivamo a capacitarci di come potessimo essere tanto numerosi. Quando il gruppo fu completo, eravamo in cento. Molti erano stati al campo POW e li conoscevamo. Come iniziammo la nostra lunga marcia, notai che molti di loro indossavano camicie sottili e pantaloni leggeri, con scarpe più adatte ad una passeggiata nel parco in un giorno d’estate; molti altri non erano ovviamente in condizione di sostenere un viaggio da polo artico come questo. Avevamo solo coperto 4 miglia, ma il vero viaggio cominciava adesso: circa 50 miglia, “a volo di corvo” come si diceva, di sfibrante, ventoso, montuoso territorio, che doveva essere attraversato in due notti, fermandosi e nascondendosi durante il giorno. La nostra guida si mise in marcia, con ritmo sostenuto, seguito da una fila di uomini, l’uno dietro l’altro, che si andava via via snodando nel buio, e subito scorgemmo giù al centro della valle una macchia scura: era tutto ciò che potevamo ora vedere di Sulmona. […]

Il cammino fu difficile e pericoloso; il vento mordeva i nostri deboli muscoli che dolevano, il respiro era faticoso. Dopo alcune miglia di questo passo, il meno equipaggiato di noi cominciò a barcollare e a cadere. All’inizio, Barrel, Frank ed io eravamo gli ultimi tre della fila, ma ora che il viaggio era cominciato, la colonna si disperdeva, mentre parecchi crollavano per strada. […]
Molti di questi primi sfortunati non avevano né il fisico né la resistenza necessari, ma solo il bruciante desiderio di tornare a casa.[…]
Mentre lottavamo, avanzando nella neve soffice, che ci arrivava al ginocchio, le nostre menti e i nostri corpi si abituarono presto a quella fredda monotonia.

(John Esmond, Fox, Spaghetti e filo spinato, Liceo Scientifico Statale “E. Fermi”, Sulmona – 2002)